Se Aznar ti telefona e di dice che è l’Eta
A quanto pare, all’indomani dell’attacco terroristico dell’11 marzo a Madrid, il premier Spagnolo José Marìa Azmar ha telefonato ai direttori dei principali giornali del suo paese per convincerli dell’ipotesi che i responsabili fossero da cercare nelle file dell’Eta, il movimento terroristico basco. Come devono reagire i giornalisti in un’occasione del genere?
Giovanni Sartori, politologo e opinionista, ne ha scritto sul Corriere della Sera. Riferisce Sartori: «L’ultimo re d’Egitto si chiamava Faruk. Era un reuccio da nulla dedito soltanto alla bella vita. Amava soprattutto il gioco. E al gioco, il poker, voleva sempre vincere. Così: aspettava di vedere le carte degli altri, e poi lui dichiarava una mano superiore senza farla vedere. “Parola di re”, diceva. Gli altri giocatori si sottomettevano: dopotutto lui era un re, e loro erano lusingati di essere ammessi al suo tavolo».
Ecco: il metodo giornalistico non fa nulla di speciale, salvo andare a vedere empiricamente le carte dei re e delle altre fonti di informazione. Per poi riferirne ai giocatori. Non basta all’informazione sentire ciò che il re ha da dire e scriverlo. Non fa informazione il giornalismo che si limita a dare voce alla comunicazione del re. Quella è una falsa obiettività, un appiattimento sulla comunicazione. È una menzogna fondata su un peccato di omissione. Fare il giornalista in questo modo è possibile ma non è l’unica possibilità: e di fatto si traduce in è una perdita di senso del ruolo specifico del giornalista che finisce col mettere in crisi il mestiere e la sua credibilità. In realtà, il giornalismo può anche andare a vedere la coerenza tra le parole e i fatti: il re dice di avere un poker d’assi? Andiamo a vedere. Il lavoro di informare è anche quello di ridurre lo spazio dell’ignoranza generato dalle “mezze bugie” delle fonti, andando a vedere se le promesse sono mantenute, se le affermazioni delle fonti sono dimostrate, se i fatti che queste citano sono reali. Non cercando la ”verità assoluta” ma semplicemente la coerenza delle parole e, laddove possibile, l’empirica rispondenza tra parole e fatti. Per poi scriverne in modo semplice e accattivante. La verifica di quanto affermano le fonti è una pratica sanissima e possibilissima.
Luca De Biase – 16 marzo 2004