Come cambia il giornalismo
Il giornalismo non sta cambiando a causa dell'evoluzione tecnologica ma del modo in cui i giornalisti interpretano questa rivoluzione
Non è la tecnologia a cambiare il giornalismo. Piuttosto, il mestiere di fare informazione si trasforma alle radici in relazione all'evoluzione complessiva del sistema dei media. La tecnologia, modestamente, abilita e accompagna tale trasformazione. Ma in questo quadro, nulla va dato per scontato. Perché il ruolo dei singoli giornalisti non è passivo: sono loro a decidere come interpretare il cambiamento, come motivarlo e indirizzarlo. Insomma, il giornalismo cambia non a causa dell'evoluzione del sistema o della tecnologia ma del modo in cui i giornalisti le interpretano. Internet, in particolare, è sempre e soltanto un'opportunità: la si può cogliere o no.
La mia storia personale è del tutto marginale ma può servire come uno dei tanti esempi di come si può reagire alle sollecitazioni che vengono dal contesto. E per me Internet è stata prima di tutto una soluzione a un problema pratico, improvviso, di tipo archivistico. Sarà stato il 1993: dovevo trovare un documento dell'Onu, ho chiamato un amico a New York che mi ha consigliato si scaricarlo via Internet. Non è stato per niente facile e ci sono riuscito solo grazie a un altro amico, smanettone dalla nascita. I browser sono arrivati dopo e hanno moltiplicato il valore della Rete rendendola utilizzabile anche per i comuni mortali. Intanto, scoprivo i newsgroup e la posta elettronica, miniere d'oro dal punto di vista informativo: una storia pubblicata dal New York Times che parlava di come i camionisti americani si organizzassero via Internet per raccontarsi esperienze di viaggio mi ha lasciato intuire che l'informazione stava acquisendo nuove dimensioni e nuovi protagonisti. E ho capito che la Rete non è solo un medium: è una creta che ognuno può modellare come sa e vuole, per realizzare i suoi progetti più razionali o più pazzeschi. E in effetti da quel lontano 1993, di follie se ne sono viste fin troppe.
Si è parlato di giornalismo senza giornalisti, si è creduto nella possibilità di far nascere una quantità infinita di nuovi giornali, si è ritenuto credibile dare a nuovi strumenti informativi un modello di business basato solo sulla pubblicità, si è intravisto un nuovo linguaggio giornalistico interattivo e ipertestuale ma tale da esigere dal pubblico troppo tempo e attenzione. In realtà, il ruolo della mediazione giornalistica è rimasto fondamentalmente lo stesso, perché qualcuno deve pur lavorare per informarsi e mettere questo servizio a disposizione di tutti gli coloro che fanno un diverso mestiere.
Piuttosto, la mediazione giornalistica si è applicata anche su nuovi fronti, creati dall'esplosione quantitativa dell'informazione e delle modalità alternative per accedervi, dalla crescita delle nicchie di interessi nel pubblico sempre meno definibile come massa, dalla scoperta dell'applicabilità della sintesi giornalistica non solo ai resoconti brevi da pubblicare negli strumenti di informazione ma anche alla progettazione di nuovi sistemi di comunicazione di servizio. In fondo, scrivere per esempio il progetto di SkillPass, una soluzione nuova per la ricerca di opportunità professionali nella net economy (www.skillpass.it), non è stato diverso dallo scrivere un articolo sullo skill shortage: casomai, il suo bello è stato la possibilità di verificare sul campo le idee che vi venivano espresse. Per me, insomma, Internet è stata una liberazione: da alcuni limiti di accesso alle informazioni, dalla necessità di una presenza fisica in redazione, dalla limitatezza dei canali di diffusione. Ma anche un allargamento del concetto di medium: si può fare il giornalista non solo per mettere in relazione alcune fonti con un insieme indistinto di interlocutori, ma anche per far sì che da quella relazione nasca un servizio e un'attività che prima non esistevano.