La rivoluzione esagerata dei blog
Se a qualcuno interessa, ecco quello che sostengo io.
Il sistema dei blog non è una rivoluzione. Ma una bella innovazione che serve davvero. E lo dimostrano i 3 milioni di blogger che nel mondo hanno cominciato a pubblicare facilmente online le loro notizie, idee, suggestioni. Linkandosi diligentemente. L’interesse del fenomeno sta in quello che segnala delle tendenze sociali. Per i giornalisti c’è molto da fare.
Le linee interpretative di base del fenomeno:
1. tecnologicamente è, ovviamente, un’evoluzione del Web
2. sociologicamente dimostra la domanda crescente di “media di Rete”
3. giornalisticamente sottolinea la responsabilità che ogni professionista ha nei confronti del proprio mestiere.
Tecnologicamente: è un sistema per pubblicare online molto facilmente e linkare altre fonti di informazione o addirittura riempire automaticamente il proprio sito di notizie provenienti da altre fonti. Il fatto è che la stessa cosa si sarebbe potuta dire delle pagine html rispetto a quello che succedeva online nei primi anni Novanta, quando ancora non esisteva il browser. Il vero fenomeno tecnologico che conta è il Web. E nel quadro della breve storia del Web, i blog (con i sistemi di feed e link sviluppati intorno ai blog) sono una tappa innovativa molto significativa. Non una rivoluzione.
Sociologicamente: non tutte le innovazioni vengono accolte facilmente dalla società. Quando vengono accolte, significa che sono riuscite a soddisfare una domanda implicita che la società non era riuscita a soddisfare in altro modo. La domanda implicita che il blog soddisfa è chiaramente quella di “media di Rete. L’eccesso di broadcast tipico della società di massa (quella che viveva anche nell’eccesso di catene di montaggio, urbanizzazione selvaggia, periferie anonime, vite quotidiane ripetitive e così via) era una fase squilibrata dell’evoluzione dei media. In genere, storicamente, la società riesce a riequilibrare il suoi sistemi mediatici in modo che ci sia spazio per un equilibrio tra broadcast e “media di rete”. Il blog, e più in generale il Web, consente di rispondere all’eccesso di broadcast rafforzando le relazioni tra le persone ponendole in una struttura, appunto, a rete.
Professionalmente: i giornalisti possono lavorare contemporaneamente per grandi broadcaster o per piccoli giornali di nicchia o addirittura per il proprio sito. Quello che è chiaro è che le nuove opportunità offerte dalla Rete allargano il limite del possibile e dunque aumentano le responsabilità dei giornalisti. Non si può più dire: il caporedattore non mi fa scrivere di questo argomento anche se io sono convinto che il pubblico lo vorrebbe leggere. Oggi il caporedattore non ti può impedire di tenere un blog.
Ma perché fare un blog? Non c’è un obbligo e neppure una convenienza particolare. Forse per i professionisti più liberi, questo può servire come una sorta di “marketing del freelance”. Per gli altri, può essere un modo per regalare professionalità alla Rete. Si riceverà in cambio altrettanta professionalità. Tutto quello che in questo modo arricchisce la grande conversazione che si svolge in Rete, arricchisce anche la qualità del lavoro di ogni singolo giornalista.
Ci torneremo sopra.
Intanto ecco i link quanto scritto da alcuni dei partecipanti all’incontro sui giornalisti e i blog, allo Iulm di Milano.
Ottimo dibattito. Hanno partecipato: Luca Sofri, Leonardo Coen, Luca De Biase, Francesco Uboldi, Antonio Sofi & Enrico Bianda (Webgol) , Carlo Annese, Edoardo Camurri (Klamm), Massimo Mantellini e Giovanni Cocconi
http://blogosphere.typepad.com/blogosphere
http://www.webgol.it/archives/000393.html
http://homepage.mac.com/paferro/iblog