Giornali online e interattività
Una ricerca pubblicata da ""Problemi dell'informazione"" segnala che il 90 per cento dei lettori non interagisce. Ma quel 10 per cento che influenza ha?
Scrive Leopoldina Fortunati su ""Problemi dell'Informazione"" che il 90 per cento dei lettori non è interessato all'interattività e che ""quel 10 per cento che in qualche modo lo è non è riuscito a influenzare i processi di produzione e distribuzione dell'informazione, anche se di sicuro i forum hanno avuto un certo impatto culturale nelle redazioni giornalistiche"". Significa che le promesse non sono state mantenute? O che non erano promesse interessanti?
In realtà il discorso è molto più complesso. E la ricerca pubblicata da Fortunati, approfondita e precisa nell'analisi delle modalità con le quali i giornali online italiani e i loro lettori hanno interpretato finora le possibilità interattive offerte dalla Rete, va letta anche per comprendere come la qualità delle relazioni tra giornali e pubblico muti più lentamente di quanto sarebbe consentito dalla rapidità del progresso tecnologico.
In generale, nelle varie occasioni di interazione, ""i giornalisti chiaramente mostrano di voler mantenere le distanze dal pubblico. Nel complesso la struttura delle testate e il rapporto di potere tra i giornalisti e i lettori non sono stati messi in discussione"". Da un certo punto di vista, questo significa per Fortunati ""che non c'è sufficiente democrazia per creare un'opinione pubblica"". Da dall'altro lato, aggiunge, che ""si fa molto spesso l'errore di far coincidere l'utilizzazione dei media con la nozione di cittadino"". La distinzione invece va mantenuta: la nozione di cittadino è definita da un insieme di diritti e doveri, quella di lettore è tradizionalmente definita dalla pratica di consumare un prodotto editoriale. Da qui una situazione che difficilmente può cambiare solo per la spinta innovativa dei giornali. E da qui l'osservazione che Fortunati correttamente propone di una forma di interazione che fa emergere nei forum dei giornali più un ""io minimo"" che un'identità forte di cittadinanza, e più un'idea di comunità che di società.
Ma questo significa che la Rete ha tradito le aspettative? No: significa che i giornali fanno il loro mestiere, che è prima di tutto quello di gestire un pubblico - e una pubblicità - pagante, e tentano di farlo anche quando sono online. Le conseguenze democratiche di una forte vitalità giornalistica sono innegabili, ma non si può pensare che tutta la vitalità democratica dipenda dai giornali. Il fenomeno dei blog è una risposta seppure ancora molto iniziale: la ridefinizione delle relazioni non poteva che avvenire in una forma diversa da quella dell'apertura - calata dall'alto - dei giornali tradizionali e doveva invece essere sospinta da un fenomeno di tipo ""bottom-up"". Il software dei blog ha aperto una strada. Il fenomeno ha fornito la dimostrazione di un bisogno. La relazione tra giornali tradizionali e Rete deve ancora mostrare tutte le sue conseguenze. I giornali migliori saranno quelli che si sapranno adattare alla nuova situazione e sapranno ascoltare i lettori non solo nei forum predisposti nelle loro pagine online, ma anche partecipando alle discussioni che i lettori si gestiscono autonomamente.