Le nuove frontiere della biotecnologia

L'Espresso - 22 marzo 2004


Intevista con Andy Clark, docente di scienze cognitive all'università dell'Indiana, autore di ""Natural-born cyborgs. Minds, Technologies, and the Future of Human Intelligence - Oxford Univesity Press - 2003

Sogni. Incubi. Progetti. Ancora incubi. Microprocessori impiantati nel corpo che sembrano eliminare la distinzione fisica tra persona e terminale, confondendo nella Rete il virtuale e il reale. Tecniche di clonazione umana che ridefiniscono la procreazione trasformandola di fatto in una scelta individuale, mentre la coppia può scendere in secondo piano. Robot dalle dimensioni di una molecola che si iniettano nel sangue per curare difficili malattie: assomigliano a virus artificiali e buoni che combattono quelli naturali e cattivi. Innovazioni e tecnologie già pronte che penetrano nell'immaginario e, come sempre, come non mai, lo trasformano in profondità. Nuove frontiere fantascientifiche sembrano a portata di mano: vivere fino a 150 anni, riprogettare l'evoluzione, eliminare il dolore. Ma con il rischio di non poter comprendere né, dunque, controllare il processo: per questo tanti temono che la fine della distinzione tra artificiale e naturale possa produrre non già una nuova umanità, ma una sorta di nuova vita artificiale in grado di liberarsi dell'umanità che l'ha creata. Secondo N. Katherine Hayles, che ha scritto ""How we became post-human"" (come siamo diventati post-umani), il dibattito è partito dalla letteratura e dalla cultura femminista. Di certo, ha assunto ancora più peso quando gli stessi scienziati hanno cominciato a riflettere sulle conseguenze delle proprie idee. Ed è forse diventato il più inquietante dei luoghi comuni da quando se ne occupano anche i funzionari dei governi nazionali e sovranazionali. Bill Joy ha scosso le coscienze quando ha scritto il suo articolo su Wired ""Why the future doesn't need us"" (perché il futuro non ha bisogno di noi uomini). E qualche tempo dopo si è dimesso dalla Sun, dove era stato uno dei protagonisti della crescita mondiale della Rete. Più di recente, Chris Meyer e Stan Davis, megaconsulenti, positivisti, hanno risposto con il libro ""Bioeconomia"" (Edizioni Olivares) sostenendo che la complessità non è necessariamente incomprensibile e, imparando ad adattarsi, l'umanità ne trarrà grandi vantaggi. Insomma: tutto si aggiusterà e comunque è inevitabile. Visto dall'esterno il dibattito sembra prendere la via dell'alternativa un po' banale tra ottimisti e pessimisti. Anche per la difficoltà teorica e filosofica della materia. Un aiuto alla comprensione e un'interpretazione originale viene da Andy Clark, professore di scienze cognitive all'università dell'Indiana e autore di ""Natural-Born Cyborgs, Minds, Technologies, and the Future of Human Intelligence"". Che fin dal titolo rovescia la prospettiva: è Madre Natura stessa che ci ha costruiti come cyborg. Il suo approccio è tutto salvo che integralista. Anzi, per la verità la calma che ispira parlando di fenomeni tanto inquietanti è alla base della sua notevole capacità di spiegarli. Del resto, non si sente in missione: ""Come ho scelto questo campo di ricerca? Mi hanno buttato fuori dal corso di francese e"". Europeo, padre scozzese, sposato con una filosofa spagnola, insegna da dieci anni negli Stati Uniti, ma ancora non ci si sente a casa: ""L'America è ancora un mistero per me"". E anche fare l'universitario gli piace ma senza esagerare: ""Bello, certo. Un po' troppa burocrazia, forse. Ma se vincessi alla lotteria, probabilmente mi ritirerei"".

Domanda. Che cosa sono oggi i cyborg?
Risposta. Un cyborg è semplicemente un ibrido bio-tecnologico. La parola è stata coniata dagli scienziati durante i primi anni del programma spaziale americano ed è stata usata originariamente per designare un uomo o un animale il cui corpo è stato migliorato con l'aggiunta di tecnologie che lo rendessero adatto a sopravviivere in ambienti alieni. Ma oggi la parola è usata in un senso più ampio. Per quanto mi riguarda, io penso che una persona che indossa sempre un orologio e per questo si sente in controllo del tempo è un cyborg.

Domanda. È dunque meno vero di quanto sembri che le nuove tecnologie stanno facendo esplodere la distinzione tra naturale e artificiale
Risposta. Io penso che noi umani siamo sempre stati esseri per metà naturali e per l'altra metà artificiali. Pensi alla cucina: un sistema digerente esterno al corpo. Pensi alla musica: una tecnologia per l'alterazione artificiale dello stato d'animo. Pensi all'abbigliamento. L'essere umano occidentale moderno, con il suo inseparabile lap-top, il cellulare e l'iPod, rappresenta soltanto una nuova mossa di questa partita antichissima. La prossima generazione che vivrà con nuovi strumenti impiantati nel corpo e sarà circondata da un mondo pieno di oggetti intelligenti e intercomunicanti, non è altro che un passo più avanti dello stesso processo. La risposta a domande come ""chi siamo?"", ""che cosa siamo?"", rimane fondamentalmente invariata: siamo il trucco più grande della natura, costruiti per vivere un flusso ininterrotto di cambiamenti fisici e mentali.


Domanda. La paura che fanno queste nuove tecnologie viene forse dall'impressioone che il processo possa andare fuori controllo. O che un Grande Potere prenda il controllo del corpo o della mente In fondo, la ricerca militare in questo settore è molto importante.


Risposta. Non sono un politologo. Ma per me ciascuno di questi elementi, il corpo e la mente, rappresenta contemporaneamente lo strumento della libertà e la minaccia della prigione. Nel mio libro parlo essenzialmente di tecnologie che propongono una nuova libertà per le persone disabili, come le sedie a rotelle controllabili con la mente. Oppure come gli ""occhiali della memoria"" che servono ai malati leggeri di Alzheimer per ricordare i nomi delle persone che incontrano, confrontando l'imput che ricevono dalla loro telecamera con un database di amici e parenti: i migliori apparecchi di questo genere sono tanto veloci che l'utente di fatto riceve l'informazione senza averne consapevolezza. In questo senso, l'insieme formato dalla persona e dai suoi occhiali è un essere nuovo che ricorda meglio. Ma ha ragione: la ricerca militare è importante in questo settore.

Domanda. Un esempio?
Risposta. C'è un'innovazione che si sta realizzando alla Marina degli Stati Uniti. Si tratta di un giubbotto che consente di pilotare un elicottero anche a chi non ne ha alcuna esperienza. Il giubbotto funziona generando sensazioni sul corpo del pilota attraverso degli sbuffi d'aria che indicano da che parte occorre muovere la cloche. Il giubbotto funziona tanto bene ed è talmente intuitivo che i piloti riescono a guidare anche a occhi chiusi. Il miglioramento dell'interfaccia è decisivo anche per tecnologie più incisive, come le braccia-robot che si possono muovere a distanza. Anche questo contribuisce a ridurre la distinzione tra l'umano e il tecnologico.


Domanda. Le tecnologie che migliorano la vita umana ci faranno vivere più a lungo e meglio? E, a proposito, è questo il progresso?
Risposta. Di sicuro non penso che la tecnologia determini necessariamente un miglioramento della vita. E non penso che vivere 200 anni sul pianeta Terra sia sempre meglio che viverne 75. Tutti i cambiamenti hanno il loro costo. Il progresso per me avviene quando ci sono più persone che soddisfano i loro bisogni di base avvertendo una sensazione di benessere. Ma vorrei aggiungere che noi umani siamo per natura dei curiosi esploratori e quindi penso che il nostro benessere collettivo consista nell'allargare continuamente il perimetro dell'umano. Ma, nel profondo, resteremo sempre più o meno la stessa cosa che siamo adesso. Ci sarà più libertà e flessibilità in certi aspetti della nostra vita, meno in altri. Se siamo fortunati, useremo le nostre nuove opportunità per comprendere chi siamo e che cosa siamo sempre stati. Certo; diventeremo meno dogmatici su questioni come la forma del corpo e l'identità personale e sessuale. Vedremo tutte queste cose come importanti, fondamentali, ma costantemente rinegoziabili e composte irrevocabilmente di una componente tecnologica. Continueremo a innamorarci, a desiderare di correre sempre più veloce, di pensare più efficacemente e di vivere meglio. Resteremo peggiori di quello che dovremmo essere e molto migliori di quello che avremmo potuto essere.

Domanda. Che cosa stiamo preparando per i nostri figli?
Risposta. Sono davvero ottimista sul futuro. Non c'è nulla di post-umano in questa ibridazione che voglio celebrare. In realtà è il riflesso di quanto c'è di più profondamente umano: l'abilità di creare una serie infinita di strumenti e tecnologie che espandono la mente.