Giornalista respinto alla frontiera degli Stati Uniti
Giornalista respinto alla frontiera degli Stati Uniti d’America. Nove ore di volo da Milano ad Atlanta. Due ore all’immigrazione. Interrogato. Ispezionato. Inquisito. Le sue carte in disordine fuori dalla borsa, i documenti requisiti per un tempo interminabile le impronte digitali registrate da uno scanner. Il passaporto segnato con le parole del disonore. Interrogato ma non ascoltato. Guardato come un criminale. E poi scortato al primo volo per Roma. Con la prospettiva di altre nove ore di volo.
Ma camminando per i lunghi corridoi verso l’aereo che non prevedeva di prendere, il funzionario della Homeland Security, ormai solo con lui, ha detto: «Nessuno fa il mio lavoro a lungo. Ci dimettiamo presto. I casi come il suo sono troppi. Ci comportiamo in modo inconsistent, incoerente. Tu hai detto spontaneamente la verità e per questo ti impediamo di entrare, ti facciamo perdere tempo e soldi e ti trattiamo così. Chi mente, invece, può entrare».
Quel giornalista, dal 1996, va negli Stati Uniti dalle due alle sei volte all’anno. Alla frontiera ha sempre detto la verità. La domanda abituale del funzionario: «Perché vieni in America?». La sua solita risposta: «Sono un giornalista. Vado a seguire il tale evento. Riparto fra tot giorni». È sempre entrato senza problemi. Una volta gli hanno detto: «Se vieni spesso negli Stati Uniti dovresti fare un visto per i giornalisti». L’ha fatto. Poi il visto è scaduto e non ha avuto tempo di rifarlo. Ma è sempre entrato ugualmente, dichiarando sempre il suo lavoro.
Ma questa volta, lo hanno respinto. All’arrivo in Italia, è stato prelevato dalla polizia per accertamenti. Sono durati pochi minuti. E sbrigando velocemente la pratica, i poliziotti non hanno nascosto i loro commenti sulla mancanza di reciprocità di trattamento per i giornalisti italiani che vanno in America e di quelli americani che vengono in Italia. Una persona che conosceva all'immigration di Atlanta, gli ha poi scritto spiegandogli che se non avesse trovato subito il volo di ritorno sarebbe stato chiuso in cella con le manette alle mani e ai piedi: gli è andata bene.
Ora spera di ottenere un nuovo visto per gli Stati Uniti. Secondo lui, la regola, per quanto bizzarra, per quanto fatta valere in modo soggettivo, va rispettata. Ma perché deve sottoporsi a questa trafila? Perché respingendolo non gli hanno dato una carta che spiega la strana regola imposta dal governo americano? Perché non distinguere tra uno che dichiara spontaneamente la verità, dimostrando di non avere nulla da nascondere, e chi tenta di compiere un’azione illegale? Perché non dargli il permesso di entrare per tre giorni e poi avvertirlo che la prossima volta deve portare il visto? Sarebbe stato più civile e sensato. La risposta è semplice: gli Stati Uniti hanno un problema di civiltà e sensatezza.
Non sanno più accogliere, ma neppure ascoltare, distinguere, trattare gli altri con rispetto. E lo dimostrano anche in casi ben più importanti di questo.
Ma è peggio per loro. Un tempo si arricchivano dell’intelligenza degli stranieri che entravano da loro. Ora si chiudono dentro se stessi e perdono di vista i propri valori originari.
E lo sanno. Sull’aereo dell’andata verso l’America c’era uno show televisivo. Uno dei protagonisti della commedia ha detto: «Ehi, siamo la terra della libertà e della democrazia. È per questo che hanno combattuto tanto gli indiani».
Già: chi viveva in America, tanto tempo fa, combatteva per la libertà. Ma è stato sconfitto. Da questa consapevolezza, dichiarata in un telefilm, si può ancora ripartire.
Luca De Biase – 9 maggio 2004